Prima o poi capita a tutti: resta in famiglia una vecchia poltrona, di quelle un po' sformate e con il tessuto passato di moda, e la tentazione è di portarla in discarica per farci spazio. Eppure quando una di queste poltrone arriva in laboratorio e la giriamo per guardarci sotto, molto spesso troviamo una struttura migliore di tanti mobili nuovi, di quelli che oggi si comprano già montati e dopo cinque anni scricchiolano. Prima di decidere che è da buttare vale davvero la pena farla vedere, perché il ragionamento che facciamo noi parte da un punto che a occhio non si vede, e cioè da come è fatta dentro.
Prima lo scheletro, poi tutto il resto
La prima cosa che valutiamo non è il colore sbiadito o la fodera lisa, ma lo scheletro della poltrona, perché è lì che si gioca tutto. Se il telaio è in legno massello e le cinghie o le molle sono ancora in ordine, il pezzo ha basi solide e conviene quasi sempre recuperarlo invece di comprarne uno nuovo, dato che quelle strutture di una volta erano fatte per durare decenni. Si controlla che il legno non balli, che le giunzioni tengano, che le molle non siano cedute o arrugginite, e da questo dipende tutto il resto: su una struttura sana ogni intervento successivo ha senso, mentre su una struttura compromessa anche il tessuto più bello poggia sul vuoto. È lo stesso principio per cui rimettere in sesto un mobile ben fatto conviene al portafogli e all'ambiente, un tema che approfondiamo in perché riparare conviene all'ambiente e al portafogli.
Rifoderare o rifare l'imbottitura: due lavori diversi
Una volta accertato che lo scheletro regge, si decide cosa serve davvero, perché rifoderare e rifare l'imbottitura non sono la stessa cosa e neanche costano uguale. Rifoderare vuol dire sostituire il tessuto esterno quando la struttura e l'imbottitura sotto sono ancora buone, ed è l'intervento più leggero. Se invece la seduta è diventata scomoda, l'imbottitura si è appiattita e le cinghie hanno mollato, allora conviene rimettere mano anche a quello, rinfrescando o rifacendo il ripieno perché la poltrona torni ad accoglierti come un tempo. A volte si aggiunge la lucidatura delle parti in legno a vista, quando i braccioli o i piedi meritano di tornare a splendere. Un dettaglio che il cliente sottovaluta è che la sostituzione delle cinghie di sostegno, quelle strisce elastiche o di juta che reggono la seduta dal basso, è spesso ciò che fa più differenza sul comfort, molto più del tessuto che si vede, perché è da lì che parte la tenuta di tutta la poltrona. Capire quanto tessuto serve aiuta anche a farsi un'idea di spesa fin dall'inizio, e per questo può tornarti utile la guida su quanto tessuto serve per rifoderare una sedia.
Il tessuto giusto dipende da dove finirà la poltrona
La scelta del tessuto non si fa a caso o solo per gusto, ma ragionando su dove andrà la poltrona e su chi la userà. Se torna in un salotto di uso quotidiano, magari dove ci si siede tutti i giorni con i bambini intorno, serve un tessuto resistente e facile da pulire, che regga lo sfregamento senza rovinarsi in fretta. Se invece diventa un pezzo d'accento, una poltrona da mettere in un angolo lettura più che da vivere ogni sera, ci si può permettere un tessuto più prezioso e delicato, perché prenderà molto meno uso. È qui che il valore affettivo e quello pratico si sommano invece di scontrarsi: recuperare un pezzo di famiglia e vestirlo con un tessuto moderno significa tenerselo accanto ancora per anni, con un carattere che nessun mobile nuovo comprato in fretta potrà avere. Un consiglio da laboratorio è di portare con te, quando scegli il tessuto, una foto della stanza dove finirà la poltrona, perché un colore che ti conquista sul campionario può stonare del tutto una volta a casa, e su un pezzo così è un peccato sbagliare proprio all'ultimo passo.
Quando conviene fermarsi, e dirlo
Sarebbe comodo dire che ogni poltrona vecchia si può salvare, ma non è vero e chi lavora con onestà lo dice chiaro. Se il telaio è tarlato o marcio, se il legno si sbriciola o le giunzioni non tengono più, il recupero può arrivare a costare più di un mobile nuovo, e allora non ha senso insistere solo per affezione. Il nostro compito è dirtelo prima, dopo aver guardato la struttura, così che tu possa decidere con i numeri in mano e non a scatola chiusa. Il tarlo poi va sempre trattato prima di qualsiasi lavoro, perché rivestire una poltrona con il legno ancora infestato significa buttare via sia il tempo sia il tessuto nuovo. Meglio una valutazione sincera che una promessa che non regge.
La verità che il mestiere insegna è semplice: un mobile fatto bene nasce per essere rifoderato più volte nel corso della sua vita, ed è proprio questa la scelta più sostenibile che ci sia, perché tiene in casa un pezzo solido invece di alimentare l'ennesimo acquisto usa e getta. Quando lo scheletro è sano, dare una nuova pelle a una poltrona di famiglia non è nostalgia, è buon senso: spendi meno, butti niente e ti tieni un pezzo che ha già dimostrato di saper durare.